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mercoledì 18 luglio 2018

Flat tax: prima i Padroni

La flat tax favorisce le classi possidenti


La flat tax è uno strumento 
per favorire le classi possidenti, 
il resto è ideologia.

Il termine inglese “Flat” significa “patto”, “piano”, ma si può tradurre anche con “uniforme” e quindi l’espressione “flat tax” può dare il senso, stiracchiandola un po’, di una tassazione uniforme, eguale, equa, giusta. Invece è il massimo dell’ingiustizia perché tendenzialmente colpisce nella stessa misura percentuale i grandi redditieri come i poveracci. Mi vengono alla memoria le parole di Don Milani: “Non c'è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. E anche senza andare a scomodare dottrine sediziose, ricordo che i testi di diritto costituzionale e di scienza delle finanze delle scuole medie superiori, ai miei tempi (anni Sessanta), giustificavano l’imposizione progressiva sulla base della stessa teoria economica borghese e ferocemente antimarxiana dell’utilità marginale. Infatti, secondo questa teoria, più sono elevati i redditi e più diminuisce l’utilità marginale della ricchezza. Di conseguenza, prelevando in misura percentualmente maggiore dai redditi elevati si sottrae meno utilità individuale di quanto si farebbe tassando indiscriminatamente con la stessa aliquota tutti i redditi. Pertanto il massimo benessere complessivo lo si raggiunge con una imposizione progressiva.

Non che sia innamorato di questa teoria economica fortemente ideologica, ma mi piace ricordare la cosa per dare l’idea di come l’ideologia borghese possa tranquillamente sovvertire, a comando, i propri orientamenti, trovando una motivazione alternativa sempre bell’e pronta.

Nel nostro caso si ragiona così: “Se i ricchi pagano meno tasse, disporranno di maggiore ricchezza e potranno investire il denaro così risparmiato creando nuovi posti di lavoro e aumentando quindi il benessere generale”. Elementare e convincente per i gonzi, evitando anche di scomodare le sofisticate curve non lineari dei marginalisti.

Peccato che gli investimenti non dipendano principalmente dal denaro che abbiamo a disposizione. Si può, per esempio, investire con il denaro preso a prestito, e comunque, anche disponendo di ingenti somme, non è detto che le si investano produttivamente, anzi non le si investiranno certamente, se non ci sono prospettive che questa spesa in investimenti
ritorni indietro maggiorata di un adeguato profitto.

Non è un’ipotesi di comodo, ma la realtà fattuale degli ultimi decenni: in relazione alla difficoltà di valorizzare adeguatamente il capitale produttivo, gli investimenti sono stati dirottati in misura ben maggiore nella finanza, negli immobili, ecc. alimentando quella bolla speculativa esplosa fragorosamente nel 2007/2008.

E poi, diciamocelo chiaramente: il processo di “flattizzazione” delle imposte non è nuovo e ha origini lontane. Nel 1974, in attuazione dell’articolo 53 della nostra Costituzione che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, fu istituita l’Irpef con struttura abbastanza progressiva. Furono infatti individuate 32 aliquote. L’aliquota massima era del 72% che si applicava a redditi superiori a 500 milioni di lire (corrispondenti a 258 mila euro, in realtà, tenuto conto dell’inflazione, a redditi attuali molto superiori a tale cifra) e la minima del 10%. Oggi abbiamo solo 5 aliquote. La massima è del 43% e si applica a redditi superiori al 75 mila euro. Quindi da 75 mila euro in poi (il reddito di una famiglia benestante ma non ultraricca), pagano tutti la stessa aliquota, anche coloro il cui reddito si conta in milioni.

Contemporaneamente, l’aliquota minima, è salita dal 10% al 23%, quindi ai poveracci è stato imposto di accrescere il loro contributo alla finanza pubblica. C’è stato evidentemente un formidabile travaso di ricchezza dalle classi più diseredate, che sono per lo più i lavoratori e i pensionati non d’oro, a quelle più abbienti. Infatti il gettito fiscale si è avvalso dal 1975 al 2005 di un incremento del 7% proveniente dai redditi di lavoro dipendente e pensioni e di una speculare diminuzione del 7,3% del gettito da reddito di impresa (dati annuari Istat). Questo drenaggio si aggiunge alla riduzione progressiva della quota dei redditi da lavoro sui redditi complessivi, avvenuta nel frattempo. Un’ecatombe per le classi lavoratrici e una crescita assoluta delle ingiustizie.

Ma non è tutto. I tagli alla finanza locale e una serie di provvedimenti hanno accresciuto la pressione tributaria tramite imposizione non progressiva o indiretta: sono accresciute le aliquote Iva che tutti paghiamo nella stessa misura, e all’interno di esse maggiormente quelle relative ai beni essenziali, consumati prevalentemente dai lavoratori, sono stati introdotti o aumentati balzelli vari che addirittura non sono neppure proporzionali al reddito, tipo l’imposta sui rifiuti urbani, l’imposta di bollo, le tasse e le imposte ipotecarie, le tariffe dei servizi pubblici, anche di quelli una volta gratuiti, i ticket sanitari e così via. Tanto che, nonostante la lieve progressività dell’Irpef, si può sostenere che il sistema tributario italiano, nel suo complesso, sia regressivo.

A fronte di questo vampireggiamento i servizi pubblici sono sempre più scadenti o inesistenti. Negli ospedali pubblici a causa del blocco del turnover e dei tagli del fondo sanitario, c’è carenza di personale di modo che aumentano le liste di attesa anche per prestazioni di massima urgenza. Le scuole pubbliche non hanno i soldi neppure per acquistare la carta igienica e devono arrangiarsi con mille escamotage per fare cassa. La manutenzione ordinaria, la pulizia, la prevenzione ambientale sono ridotte al lumicino. È facilmente immaginabile chi ha patito le conseguenze peggiori di questi tagli. E a proposito di investimenti, sono mancati i soldi per quelli pubblici, gli unici in grado di far fronte alla cronica carenza di quelli privati, attratti più dai sussulti delle borse valori che dall’economia reale.

Ora la proposta del governo Salvini (mi dicono che ci sono anche Conte e Di Maio, ma non l’avevo colto) consiste nell’attuare come prima misura economica la parte del “contratto” gialloverde che prevedeva di devolvere generosamente altri 60 miliardi di euro (roba corrispondente alla manovra di diverse leggi finanziarie) per diminuire, con la flat tax, le tasse ai ricchi. Per aggirare l’incostituzionalità l’imposta non sarà, bontà loro, completamente “uniforme”, ma vi saranno due aliquote una del 15% e una del 20%.

Mi si dirà che la diminuzione di imposta riguarda anche i redditi più bassi. Ma il beneficio per questi ultimi sarà modesto, se non nullo visto che si intende anche intervenire per “ristrutturare” le detrazioni fiscali, mentre enormi saranno i benefici per i ricchi. Per dimostrarlo scegliamo, fra le tante simulazioni disponibili assolutamente convergenti nelle conclusioni, quella griffata “Sole24ore”, noto giornale al servizio del proletariato. Scegliamo l’esempio di una famiglia “tipica” con due coniugi con un figlio, che percepiscono un reddito. Le famiglie con reddito inferiore a 30 mila euro non avranno beneficio alcuno. Quelle con reddito compreso tra 30 mila euro e 40 mila avranno una riduzione di imposte mediamente del 1,6%. Quelle con reddito compreso fra 40 mila e 50 mila vedranno aumentare questo sconto sull’Irpef al 4,6% . E via via a salire fino ai redditi superiori ai 300 mila euro annui che vedranno abbattute le loro imposte del 18,4%, percentuale che rapportata al relativo livello di reddito significa decine e decine di migliaia di euro risparmiate. Solo che i bassi redditi pagheranno questa manovra in termini di ulteriori inefficienze dei servizi pubblici e rincaro delle tariffe. Mentre chi ha un reddito di 300 mila euro o più potrà infischiarsene dei servizi pubblici, visto che già si rivolge ampiamente al privato.

Insomma, con la flat tax si fa un altro passo verso la restaurazione del capitalismo vecchia maniera, prosegue la lotta di classe di coloro che interessatamente sostengono la scomparsa delle classi, prosegue l’intervento massiccio dello stato in favore di quelli che ipocritamente chiedono meno stato e più mercato, si fa l’occhiolino all’ideologia di coloro che predicano la fine delle ideologie.
 Come quando il Matteo di turno proclama “prima gli italiani”,
che tradotto dal salvinese significa “prima i padroni”.


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