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venerdì 24 luglio 2020

Falsi Applausi per Salvini

Fratè ci hanno dato 20 euro

Napoli, 
“Pagati per applaudire Salvini”
 tweet di denuncia

Su twitter Marco Messina dei 99 Posse ha denunciato l'accaduto: i napoletani sono stati pagati per applaudire Salvini "Fratè ci hanno dato 20 euro".


Martedì 2 ottobre 2018 è la data del viaggio di Matteo Salvini a Napoli, il giorno in cui migliaia di napoletani hanno acclamato calorosamente il ministro dell’Interno: un bagno di folla, tra applausi, selfie e abbracci. All’indomani dell’incontro partenopeo del vicepremier, su twitter appare un cinguettio di denuncia. Marco Messina, musicista dei 99 Posse, denuncia di fatto la compravendita di figuranti “Dopo il corteo contro Salvini decido di passare davanti alla prefettura per vedere la faccia dei fan napoletani della Lega, riconosco due ragazzi del mio quartiere che alla mia domanda sul perché fossero lì mi hanno risposto: fratè, ci hanno dato 20 euro”.

L’artista parla di “venti euro regalati” per festeggiare la parata salviniana, senza però specificare chi sia il benefattore del caso ma alludendo al fatto che una parte dei napoletani presenti in Piazza del Plebiscito sia stata pagata per applaudire il vicepremier, una folla di figuranti retribuita.

Messina ha poi commentato su twitter “Al di là dei titoli dei giornali, credere che tutti i napoletani presenti ieri a piazza plebiscito siano stati pagati è confortante, ma illusorio”.

Falsi applausi per Salvini a Napoli?
Non mancano i dubbi degli utenti e gli interrogativi di qualcuno che ha domandato al musicista se la dignità di qualcuno si potesse acquistare a soli 20 euro, lui ha risposto così “È facile convincere un ragazzo che guadagna 500 euro al mese lavorando a nero a farsi un giro a piazza plebiscito con una bandiera di salvini in mano per venti euro. Io non mi sento di condannarli”. Segnaliamo però che nella giornata di incontro tenutasi a Napoli la protagonista assoluta non è stata di certo la festa riservata al ministro. Era presente anche un corteo di protesta: la città è stata anche tappezzata dai manifesti ironici che illustravano alla memoria comune una vecchia e sciocca esibizione (datata 2009) del leader del Carroccio intento a cantare cori contro i napoletani.





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mercoledì 14 novembre 2018

Per Quota 100 Penalizzazioni in Vista

PER CHI SCEGLIE QUOTA 100 PENALIZZAZIONI IN VISTA

PER CHI SCEGLIE QUOTA 100
 PENALIZZAZIONI IN VISTA

"Le audizioni in corso alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato mettono sempre piu' in evidenza le incongruenze politiche e contabili della manovra". Lo afferma Cesare Damiano, candidato alla segreteria del Partito democratico, a proposito della legge di Bilancio.
"Basta esaminare - continua - quanto affermato dall'Ufficio
Parlamentare di Bilancio e dalla Corte dei Conti". Nel primo caso si evidenzia un fenomeno finora non venuto alla luce: che optare per '#Quota100' significa tagliare del 5% all'anno l'importo dell'assegno, fino a un massimo del 30%. Il taglio 'implicito' dell'assegno diventa pesante se abbinato al divieto, per i primi 2 anni, di svolgere un'attivita' da parte di chi ha aderito a 'Quota 100'. Inoltre, l'Upb ha evidenziato che potrebbero uscire dalle aziende oltre 400.000 lavoratori: in quel caso, il costo salirebbe a 13 miliardi. E' evidente che i 6,7 miliardi per le pensioni,
stanziati dal Governo, sono del tutto insufficienti. Un altro
capitolo e' stato aperto dalla Corte dei Conti che ha evidenziato come la composizione qualitativa della manovra assegni l'80% delle risorse alla spesa corrente e soltanto il 20% agli investimenti" Quello che il Governo si ostina a non voler capire e' che i conti non stanno in piedi per due motivi: la legge di Bilancio e' squilibrata a svantaggio degli investimenti e c'e' il rischio che
il 2,4% venga sfondato perche' le promesse gialloverdi, esagerate (Quota 100, Quota 41, Opzione Donna, nona salvaguardia degli esodati, blocco dell'aspettativa di vita, Reddito e pensione di Cittadinanza), non saranno possibili data l'esiguita' delle risorse, 6,7 miliardi piu' 9 miliardi, complessivamente messe a disposizione. La realta' e' piu' dura della fantasia, al di la' di quello che pensano Di Maio e Salvini", conclude.



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sabato 7 luglio 2018

Pensioni anticipate 2018, novità al 6/7

Oltre a quota 100 spunta il superbonus

 Oltre a quota 100 spunta il superbonus

Le ultimissime novità al 6 luglio 2018 riguardano da un lato gli avvertimenti di Tito Boeri sul fatto che le misure pensate dal neo Governo, come quota 100 e 41, siano troppo esose per le casse dello Stato e penalizzanti per le future generazioni, con stime ben diverse da quelle ipotizzate da Salvini e Di Maio, dall’altro da Brambilla, esperto previdenziale e mente del capitolo previdenziale della Lega, che conferma i costi esosi della controriforma, ma annuncia che la stessa sarà in realtà molto più complessa ed articolata di come possa sembrare sulla carta. Ad esempio alla quota 100, a partire dai 64 anni d’età e 36 di contributi, si assocerebbe un superbonus del 30% per chi invece decidesse di restare, nonostante il montante contributivo raggiunto, sul posto di lavoro. Vediamo in dettaglio l’ultima novità del governo gialloverde in campo previdenziale.

Pensioni ultimissime novità, spunta il superbonus del 30%
Per superbonus si intende una sorta di beneficio che verrà concesso a quanti pur essendo arrivati in età di pensionamento decideranno di proseguire nell’attività lavorativa. Una sorta di incentivo a non lasciare il posto di lavoro, affinché non vi sia la famosa migrazione pensionistica temuta dal Presidente dell’Inps con l’avvio della misura quota 100 e 41.5. Per Boeri infatti ripristinando le pensioni di anzianità con quota 100 e 41 vi sarebbero nell’immediato 750 mila pensionati in più ed il numero salirebbe ancora nel 2020, in quanto potrebbero beneficiare della nuova riforma, ben 1 milione di soggetti in più. Numeri da capogiro che potrebbero non essere sostenibili dalle casse dello Stato, creando, dice Boeri allarmato, conseguenti devastanti non solo per l’economia del Paese, ma anche per le generazioni di oggi. La quota 100, infatti, indipendentemente dalla sua formulazione, paletti più o meno restrittivi, costerebbe comunque molto.

Ma da Brambilla e dalla Lega arriva l’ultima novità per contenere l’effetto di ‘uscita in massa’ ossia il superbonus del 30% per chi continuerà a lavorare. Quanti lo faranno rinunceranno all’accredito dei contributi ottenendo in busta paga un extra esentasse  pari al valore della contribuzione. Si tratterebbe, a conti fatti, dice Brambilla, di un aumento del 30% in busta paga che potrebbe dunque far riflettere i lavoratori sul fatto che sia poi davvero conveniente smettere subito di lavorare una volta ottenuti i requisiti per poter accedere alla quota 100. Le considerazioni, alla luce dei commenti che ci pervengono sul sito sono d’obbligo.

Considerazioni sulla proposta del superbonus del 30%
I lavoratori stanno chiedendo da tempo ed in tutti i modi al Governo del Cambiamento di poter uscire dal mondo del lavoro attraverso o la quota 100 senza paletti, 60+40, o dopo 41 anni di servizio indipendentemente dall’età. Chiedono al Governo di poter accedere alla quiescenza dopo una vita di lavoro, una soluzione che permetterebbe, a detta di molti lavoratori, di consentire finalmente quel ricambio generazionale necessario anche alle aziende.

Gli anziani in pensione ed i giovani al lavoro è effettivamente sempre stato anche il motto di Cesare Damiano, dunque difficilmente crediamo che il bonus del 30% possa essere la soluzione per far restare al lavoro quanti lamentano da tempo di svolgere un mestiere gravoso ed usurante e che altro non aspettano se non riforme che permettano loro di uscire senza perderci. Continua anzi sui social la delusione per il fatto che il governo gialloverde non stia pensando a misure idonee a tutti, ma abbia già posto molti limiti , non menzionati in campagna elettorale, che ridurranno la platea dei possibili beneficiari. Si pensi per la quota 100, ai 64 anni d’età, oltre al fatto che il montante contributivo potrà essere raggiunto conteggiando solo 2/3 anni di contributi figurativi, e l’assegno pensionistico verrà calcolato su base contributiva da 1996.  Forse il Governo per accontentare i suoi elettori più che ad un bonus dovrebbe pensare a come abbattere i paletti imposti, nonostante il problema risorse che era chiaro già in campagna elettorale, ma che non ha impedito promesse, che ora tutti si aspettano di vedere realizzate. Auspicando, inoltre, che non si voglia prendere seriamente in considerazione l’idea del ricalcolo contributivo puro per tutti ovvero anche per le pensioni in essere.


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mercoledì 9 maggio 2018

I Lavoratori Precoci Scrivono a Salvini e Di Maio


Le ultimissime novità sulle pensioni, dopo le parole di Mattarella, giungono dai lavoratori precoci, che non hanno certo preso di buon grado il non accordo tra M5S e Lega. Così sui social è iniziata ad impazzare la paura di un eventuale Governo tecnico, non eletto dal popolo, che fa tornare alla mente la precedente Riforma delle pensioni Fornero. Un incubo, un eventuale riforma bis, da cui i lavoratori desiderano allontanarsi il più possibile. Ecco le sensazioni e le angosce sul web.

Riforma pensioni, paura di un Governo tecnico
Pino Andreoli, membro del gruppo ‘lavoratori precoci uniti  a tutela dei propri diritti’ , ha scritto poco dopo aver sentito parlare il Presidente della Repubblica: “Al solo sentire parlare di governo tecnico mi viene il terrore addosso. La mia data prevista per il pensionamento è la prima settimana di settembre. Ce la farò o sarò vittima come per la Fornero?”

I lavoratori, anche quelli prossimi alla pensione, sono terrorizzati dalla fase di stallo attuale e temono il peggio, l’incubo di un governo tecnico la fa da padrone e genera agitazione tra gli iscritti ai gruppi social. Vi è chi con maggiore serenità, seppur allibito dalla mancanza di responsabilità dimostrata dai partiti, cerca di tranquillizzare gli altri, come Giovanni Merli: “Ce la fai ce la fai, io vado il primo ottobre con 43 anni di lavoro, il DEF è stato presentato da Gentiloni a politiche invariate, a questo punto se ne parla in finanziaria 2018 per il 2019…però ho dei seri dubbi che si farà qualcosa per eliminare o quantomeno modificare la legge Fornero”. Poi vi è anche chi come Moreno Barbuti, veterano del gruppo e spesso in prima linea,  si rivolge direttamente a Salvini e Di Maio invitandoli ad un ripensamento responsabile per il bene del Paese, ecco la sua lunga missiva.

Pensioni 2018, il precoce Moreno scrive a Salvini e Di Maio
“Caro Matteo Salvini, caro Luigi Di Maio. Sono passate sei settimane dal voto del 4 marzo e noi cittadini che stiamo seguendo con trepidazione l’evolversi della politica, siamo in attesa di sapere chi guiderà il nostro Paese. Dopo più di due mesi purtroppo non vediamo alcun Governo profilarsi all’orizzonte. Ciò che notiamo è che si sta perdendo tempo in chiacchiere, in tentativi di affermare orgogliosamente la propria fazione politica più che cercando di trovare una soluzione reale che porti beneficio alla popolazione. Abbiamo bisogno di sicurezza, di vedere che le persone che abbiamo eletto prendano in mano ora la situazione e mantengano ciò
che ci hanno promesso in campagna elettorale”

Poi aggiunge, spiegando il suo pensiero, che è comune a migliaia di lavoratori: “ Altrimenti tutto diventa una farsa, una conferma del fatto che le promesse elettorali servono solo per prendere voti e per accaparrarsi un posto in parlamento, dimenticandosi totalmente delle esigenze principali della nazione. Sto parlando delle esigenze economiche e sociali, delle esigenze del welfare in particolare delle modifiche che tutti stiamo aspettando sulla riforma Fornero, della sanità, della scuola e di tante altre problematiche che incombono sull’Italia.”
Poi continua, lanciando loro un appello/ proposta a collaborare insieme.

Riforma pensioni 2018, Barbuti: coalizione di Governo anche solo provvisoria
Spiega Barbuti  il fulcro deve essere la volontà dei partiti di soddisfare quanto richiesto loro dagli elettori per il bene del Paese, lo scopo deve essere rispettare gli impegni presi in campagna elettorale e agire concretamente, insieme e responsabilmente per risolvere molti dei problemi irrisolti. Ecco le sue parole nell’invito ai due leader: “Se voleste, con più umiltà, avreste sicuramente la possibilità di formare una coalizione di Governo che almeno provvisoriamente possa insediarsi e risolvere le sopra citate problematiche. Con tutte queste necessità impellenti, che richiedono una soluzione a breve termine, vedere che i nostri politici si accapigliano e mettono al primo posto il loro orgoglio e la loro necessità di affermarsi , a noi cittadini dà un po’ fastidio. Stiamo perdendo totalmente la fiducia nella politica! Vi rendete conto di questo vero? A che serve andare a votare se poi delle nostre scelte ne fate carta straccia? Forza, trovate un accordo che possa consentire al nostro bellissimo Paese di uscire dal pantano in cui si trova!”


Poi conclude tirando in ballo lo spauracchio di un eventuale Governo tecnico: ” Il rischio è quello di trovarci con un Governo tecnico non eletto da nessuno, azzerando completamente la volontà degli elettori. Che senso avrebbe trovarci con un Governo non eletto dopo che noi abbiamo deciso di avere voi alla nostra guida? A questo dovete pensare, piuttosto bisogna fare un passo indietro umilmente, anche due se necessario, ma il bene del paese e il rispetto degli elettori e del progetto che hanno scelto dandovi il voto, va rispettato!! . Infine l’invito a Salvini e Di Maio  a ripensarci: “Domani speriamo di sentire che avete deciso di accordarvi per il bene comune.
Buon lavoro, credo ne abbiate davvero bisogno”.




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lunedì 9 aprile 2018

Solo Promesse da Rimangiare per un Nuovo Governo


Non vi illudete 
non ci sarà nulla da redistribuire.

Dopo la pausa di riflessione pasquale, in attesa delle consultazioni di Sergio Mattarella per formare il nuovo governo. Capitani di qualsiasi combinazione possibile sono ovviamente la Lega e i Cinque Stelle, i “vincitori” della disfida elettorale. Impensabile un governo senza loro due, molto difficile trovare la quadra per un governo con dentro entrambi.

Il nodo vero non sono le intenzioni e i “magheggi” di Salvini e Di Maio, ma quel che saranno costretti a fare, in totale contrapposizione con le promesse elettorali che li hanno portati in cima alla piramide. In estrema sintesi, Salvini ha giurato che “brucerà la Fornero” (la legge, ovviamente) e interverrà sul sistema fiscale applicando un flat tax, ovvero una tassa sostanzialmente uguale per tutte le fonti di reddito (salari, profitti, rendite finanziarie, ecc). Di Maio ha a sua volta garantito che abbatterà i “costi della politica” e introdurrà il reddito di cittadinanza.

Tralasciamo qui l’analisi puntuale alcune di queste misure, che abbiamo già espresso in molte occasioni (una tassa uguale per tutti è un premio favoloso soltanto per i più ricchi, il reddito di cittadinanza grillino è in realtà un obbligo ad accettare qualsiasi lavoro, eliminare quasi del tutto i “costi della politica” significa consegnare i parlamentari completamente nudi alle “offerte” delle lobby, ecc) e concentriamoci invece sulla realizzabilità di queste misure all’interno del quadro istituzionale ed economico esistente.

Non c’è giornale mainstream che non ricordi i costi, in termini di spesa pubblica, di ognuna di queste proposte. L’unica che taglierebbe qualcosa sono “i vitalizi” e altre voci di contorno della busta paga di un parlamentare. Popolarissima in termini di consenso, ma risparmi solo per pochi spiccioli (qualche decina di milioni davanti a centinaia di miliardi).

Tutte le altre sono voci di spesa in espansione. Un’eresia contro cui è partito immediatamente il fuoco di sbarramento della Troika (Unione Europea, Bce, Fondo Monetario Internazionale).

L’ultimo bollettino della Bce, per esempio, esclude che si possa toccare la legge Fornero; anzi, consiglia caldamente una “riforma” ancora più drastica che allunghi ancora l’età pensionabile e, se necessario, riduca gli assegni pensionistici già in essere, abolendo subito la quattordicesima per le pensioni minime, appena istituita a fini elettorali.

Come ragiona la Bce? Come un ragioniere di lager, al solito. La premessa è che l’Europa sta invecchiando velocemente e questo inciderà pesantemente su due fronti: diminuiranno i posti di lavoro disponibili e la scarsità di giovani al lavoro abbasserà la produttività per unità di lavoro.

Non serve un premio Nobel per trovare i difetti di questa pseudo-argomentazione. I posti di lavoro vanno diminuendo a causa della prorompente avanzata dell’automazione nei processi produttivi, che elimina la necessità di braccia e menti umane sostituendo con hardware e software (robot, insomma). Questo processo, comunque, aumenta e non diminuisce la produttività per unità di lavoro. Insomma, la Bce mente sapendo di mentire. A meno di non esaminare in quali posizioni lavorative verrà impiegata la gran parte dei giovani lavoratori che vengono assunti ora o lo saranno nel prossimo futuro. E’ ovvio che se – come in Italia – la quasi totalità dei nuovi posti di lavoro è nella ristorazione, alberghiero, grande distribuzione, logistica, assistenza alla persona, ecc, con alta precarietà contrattuale e bassissima intensità di capitale, la produttività media del sistema-paese non potrà che calare nonostante il progresso della cosiddetta “industria 4.0”

Non basta, naturalmente. Dice infatti la Bce: lavoratori costretti a restare al chiodo in età avanzatissima saranno mediamente assai meno in salute e quindi graveranno maggiormente sui costi della (residua) sanità pubblica. Quindi, conclude il ragioniere di Treblinka, bisogna riformare “seriamente la spesa pubblica” di tutti i paesi europei altrimenti non si riuscirà a mantenerla entro i parametri fissati dai trattati europei.

Un essere umano normale si preoccuperebbe di individuare dei parametri che consentano all’economia di far fronte alle necessità concrete dalla popolazione. A Francoforte si ragiona all’opposto: i parametri sono intoccabili, dunque sono le popolazioni a doversi adeguare, stringendo molto di più la cinghia.

Un indenuo potrebbe dire: scusate, ma qui in ventidue anni abbiamo già fatto quattro o cinque riforme delle pensioni seguendo le vostre indicazioni (Dini, Maroni, Prodi, Fornero), com’è possibile che si debba ogni volta discutere di come tagliare un altro pezzo?

In effetti la Bce, specie sulla Fornero, ci ha detto e ci dice “bravi!”, aggiungendo anche un “ancora più avanti!”. Un ulteriore aumento dell’età pensionabile è per i banchieri centrali un obbligo fondamentale. Certo, chi come l’Italia l’ha già innalzata molto (67 anni, dal 2019) dovrà apportare modifiche minori su questo punto. Ma dovrà comunque porsi l’obiettivo di ridurre la spesa pensionistica, abbassando il livello degli assegni già erogati. 
Proprio come è stato imposto alla Grecia.

Messa così, i margini di manovra per attenuare gli effetti della Fornero sono praticamente nulli. E infatti l’espertone della Lega, Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi 1 e 2 (2004-2005), estensore del capitolo pensioni nel programma elettorale della Lega, spiega con tono bellicoso dove andrà a prendere i soldi per ritoccare almeno in parte la riforma più odiata dai lavoratori italiani, specie in quei territori dove è più alta la concentrazione di dipendenti (il Nord, naturalmente). “La spesa previdenziale italiana è all’11% del Pil, non al 16: assolutamente sostenibile. Il resto è assistenza: qui spendiamo 100 miliardi all’anno, senza sapere dove vanno. Il nostro piano non è abolire la Fornero: toccare la previdenza è dinamite, guai a farlo. Ma di rivederla, questo sì. Permettendo a chi ha 35-36 anni di contributi e almeno 64 anni di età, oppure 41 anni e mezzo di contributi a prescindere dall’età di andare in pensione. Intervento chirurgico e fattibile: 50 miliardi in 10 anni. Che si coprono tagliando quell’assistenza che va ai falsi invalidi e a chi non se la merita, perché mente sui requisiti”.

Non è un mistero che il fenomeno dei falsi invalidi è prevalentemente concentrato nel Mezzogiorno, dunque la Lega da una parte non ha mai messo in programma una abolizione della Fornero, ma pensa di far comunque quadrare i conti abolendo grandi quote della spesa assistenziale (che, come ricordiamo sempre, è furbescamente addossata all’Inps, che dovrebbe occuparsi solo di previdenza). Insomma: trasferendo risorse – per quanto spesso immeritate – dal mezzogiorno al Nord. Altro che “nuovo partito nazionale”, la Lega è sempre quella vecchia, 
con giusto una spruzzata di razzismo in più…

Ma questo programma leghista sbatte pesantemente sul “blocco sociale” meridionale che ha rimpinzato di voti il M5S attendendosi – oltre che meno corruzione e qualche idea di sviluppo – anche qualche misura universale di sostegno al reddito. Dunque è un ostacolo non da poco, che costringerebbe uno dei due “promessi sposi” e perdere la faccia con il proprio elettorato sul punto principale che ha determinato il loro successo: le pensioni per la Lega,
 il reddito di cittadinanza per i grillini.

Il punto della spesa pensionistica ha già segnato uno dei passaggi più complicati dei rapporti recenti tra governi italiani e Commissione Europea, che ora ha varato un terribile rapporto sull’invecchiamento della popolazione (Ageing Report 2018)… 
per chiedere le stesse cose indicate dalla Bce.

Secondo la Commissione, infatti, la “gobba previdenziale” si avrà quando la generazione dei quarantenni attuali uscirà dal mercato del lavoro, facendola salire nel 2040 al 18,5% anziché al 16,3% come sostenuto dall’Italia. Un livello più alto di quello registrato nel 2015 ( 15,7%), e la cui previsione aveva giustificato tutte le riforme pensionistiche dal 1996 in poi.

Com’è possibile che si crei una nuova “gobba” dopo 20 anni di tagli sanguinosi per eliminarla? Nel modo più classico dell’economia, che dovrebbe tenere in considerazione – sempre – più parametri. La voce “pensioni” è una classica voce in uscita (nonostante si tratti solo di restituire a fine carriera quel che si è forzosamente accantonato, in contributi, in una vita di lavoro). Questa voce è in effetti diminuita, anche in prospettiva, ma è solo uno dei termini del rapporto debito/Pil. Il problema, soprattutto italiano, è che la spesa è scesa, sì, ma meno del prodotto interno lordo. Insomma, questo paese è e resta in crisi, non ha affatto recuperato le perdite subite nella crisi ormai decennale e soprattutto, le previsioni di crescita per gli anni a venire sono molto più basse di quelle inventate da Renzi e Gentiloni. Secondo la Commissione la crescita del Pil sarà dello 0,7% in media nei prossimi anni, anziché all’1,2% stimato dalla Ragioneria dello Stato; inoltre diminuirà di un terzo il contributo degli immigrati regolari (anche di più, applicando le “ricette” della Lega), occupazione e produttività resteranno asfittiche, l’invecchiamento della popolazione diventerà più grave e il ricambio generazionale continuamente rinviato.

E’ necessario far osservare al lettore che questa triste situazione italiana è dovuta – oltre che alla crisi globale – all’applicazione ferrea di tutti i diktat imposti negli anni passati proprio dalla Commissione. L’austerità ha falcidiato redditi e diritti, comprimendo i consumi interni e dunque la stessa crescita economica (le esportazioni, da sole, non bastano; specie in una congiuntura di incremento della competizione internazionale che si applica proprio sul terreno delle esportazioni); i giovani, pur diminuendo di numero, non hanno lo stesso trovato sbocchi lavorativi e molti hanno dovuto emigrare; il lavoro ha perso valore e peso dei contributi previdenziali (nei contratti precari, spesso, non sono neanche previsti per via degli innumerevoli “incentivi alle imprese”).

Invece di prendere atto del fallimento completo di una strategia economica, Bce-Ue-Fmi pretendono una maggiore dose della stessa medicina. Secondo il noto principio della tossicodipendenza…

In realtà, l’austerità ha rappresentato finora un meccanismo di redistribuzione della ricchezza e delle filiere produttive interne all’Unione Europea, in particolare tra i paesi della zona euro (la moneta comune è uno strumento potentissimo di disciplinamento dei vari Stati, basta ricordare i bancomat chiusi nella Grecia che votava per il referendum). Tutta a favore dei paesi del Nord e del capitale multinazionale, soprattutto finanziario (i padroni dello spread).

L’attuale Parlamento italiano dovrà ora esprimere un governo con almeno una delle due forze teoricamente euroscettiche, che hanno platealmente cavalcato il malessere della maggioranza della popolazione (oltre il 55%, se calcoliamo anche Fratelli d’Italia 
e i voti di forze rimaste sotto la soglia di sbarramento).

La prova del fuoco non è tanto nella capacità o meno di mettere in piedi un esecutivo (Salvini e Di Maio sono disponibili a qualsiasi compromesso, e si vede). Sta nel dover rispettare il “vincolo esterno” (Unione Europea e “mercati”) facendo finta di metterlo in discussione.

Un po’ di numeri aiutano a capire. Soltanto per tenere botta nel 2018 bisognerà varare una manovra da 30 miliardi: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva (come previsto dalla clausola di salvaguardia), 12 di minori spese per far scendere il deficit pubblico allo 0,9% (come da impegni presi con la Ue), il resto per coprire gli aumenti (miseri e già revocati) previsti dai contratti del pubblico impiego e infine per le spese incomprimibili
 (quelle militari devono aumentare, dice la Nato e la Ue).

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